La spagnola. Racconto di Mariangela Tardito

di Marina Levo

LA SPAGNOLA

Quando sua cugina Mariuccia si ammalò le venne come un colpo al cuore: voglia di piangere e di imprecare si alternarono ma non pianse e non imprecò.
Lo disse a Giuseppe, quella sera a cena.
Lui rimase in silenzio, poi si versò il secondo bicchiere di vino. Non beveva mai due bicchieri di vino, a cena.
– Povera donna, poveri bambini, disse.
Lei lo guardò, ferma seduta al tavolo di cucina. Non aveva ancora sparecchiato e la polenta nel tegame si seccava.
Le figlie già erano salite a dormire.
– Ha la febbre alta, è nel letto. Luigi non sa che fare con il più piccolo.
Giuseppe bevve lentamente, poi si asciugò la bocca con il dorso della mano.
– In paese sono morti altri due. Menico, e la figlia di Giovannone, quella ragazza mora che usciva poco.
– Cesira, si chiamava Cesira; era brava, parlava piano e rideva sempre; si versò un bicchiere d’acqua dalla brocca quasi vuota che era sul tavolo. Luigi finì il vino.
– Sono andata sino davanti alla casa, sai, dal fico. Ma non sono entrata, sono tornata indietro senza farmi né vedere né sentire. Dentro il bambino piangeva. Poi ho incontrato Luigi mentre tagliavo l’erba nel fosso vicino al campo di grano. Non sapevo cosa dirgli.
– Galline ne abbiamo tante, e vino. Quest’inverno ci è andata bene.
– Si, ci è andata bene, ripeté lei a voce più bassa, e aggiunse: abbiamo anche tanto formaggio.
Giuseppe si alzò a controllare la stufa, riempì di carboni ardenti lo scaldino e coprì con la cenere il resto dei tizzoni.
Lei prese una pezza di filo pulita, la ripiegò sul tegame con l’avanzo di polenta e mise i piatti e le posate nell’acquaio.
Fecero uscire il gatto e chiusero bene porte e finestre. Spensero la lampada ad acetilene che avevano comprato alla fiera della Madonna d’agosto e lei prese la candela. Era solo più un moccolo, ma cercava di usarla sino in fondo.
Conoscevano la scala gradino per gradino, quasi non c’era bisogno di illuminarla.
Di sopra il prete aveva asciugato le lenzuola e il letto era caldo: un bel tepore riempiva la stanza perché era proprio sopra la cucina dove la stufa era stata accesa tutto il giorno.
– Noi siamo stati fortunati, fin qua, disse Giuseppe mentre si spogliava velocemente, senza togliersi le mutande di lana, e scivolava nel letto con un sospiro di soddisfazione.
Febbraio era a metà e l’indomani sarebbe stato l’ultimo giorno di Carnevale. Le figlie sarebbero scese in paese a salutare i nonni, poi il mercoledì sarebbero andati tutti insieme in chiesa: era il primo giorno di quaresima, digiuno e astinenza, ma non è che si mangiasse così tanto poi, gli altri giorni, pensava lei sciogliendosi i capelli. Ne aveva tanti grigi, per fortuna nascosti dalle ciocche bionde.
Mise la pesante camicia da notte in flanella lunga sino ai piedi ed entrò anche lei nel letto, coprendosi tutta, anche la testa.
– Non so come fai a respirare.
Lei gli andò più vicino.
– Ada, oh Ada, lui disse e le pose il braccio tutto intorno al corpo, stringendola.
Si alzarono che era ancora buio, l’indomani. Lui riattizzò il fuoco che covava sotto la cenere, lei prese la farina dalla madia e cominciò a bagnare il pane, poi lo mise a lievitare.
Giuseppe uscì a mungere la mucca e rientrò con un secchio pieno di latte ancor caldo. Ne mangiarono una scodella ciascuno con una grande fetta di pane del giorno prima.
– Una micca in più basterà? Chiese Ada mentre si toglieva la farina dalle dita.
– Fanne due. Ti preparo io la gallina, te la pulisco.
– Gli porto anche una formaggetta. Non so se ne hanno ancora: Mariuccia era qualche giorno che non stava bene.
– Il piccolo prendiamolo su, qui da noi, dove mangiano cinque mangiano sei. Le due grandi un po’ sanno già fare. A Luigi parlo io.
Scesero insieme dal sentiero verso la casa di Mariuccia, oltre il campo di grano e il boschetto. Attraversarono il ruscello, l’erba sembrava già verde, sembravano pronte a spuntare le viole.
L’aria era leggera, anche se pungeva ancora. Le giornate erano più lunghe, il sole saliva alto sugli alberi, a mezzogiorno. Negli angoli soleggiati c’era qualche cespuglio di primule.
Lui portava la pentola con la gallina nel suo brodo, lei aveva messo il pane, il formaggio e una bottiglia di vino nel grande fazzoletto blu annodato stretto stretto. Sottobraccio aveva anche un ricambio di vestiti, le calze e un paio di vecchie zoccole in legno.
Luigi era seduto davanti alla casa con la testa fra le mani.
– È la spagnola, disse quando li vide.
– Ce la farete. Siete gente forte
– Ada, oh Ada, cosa mi avete portato?
– Deve mangiare. Si combatte mangiando.
Giuseppe passò la pentola a Luigi.
– Vai a scaldarla e dagliela, deve sforzarsi
Prese l’ involto di stoffa che Anna teneva ancora in mano e lo posò sul davanzale della finestra. Sciolse il nodo, lo aprì e gli porse la bottiglia di vino.
– Falle bere un bicchiere di questo. È della vigna vecchia, è come rosolio.
Due lunghe lacrime scesero lungo le guance di Luigi
– Nemmeno il dottore, è venuto
– Dobbiamo aiutarci tra noi, disse Ada. Si tolse lo scialle e lo diede a Giuseppe poi mise gli abiti che aveva portato su quelli che già indossava e si cambiò le scarpe.
Si legò il fazzoletto che aveva in capo davanti alla bocca, coprendosi anche il naso, ed entrò in casa.
Mariuccia era nel letto, pallida. La guardò con gli occhi pieni di tristezza.
– Non dovevi venire. Ora la prenderai anche tu, bisbigliò.
– Non ci pensare. Beppino lo portiamo a casa noi, starà bene. Tu così sei più tranquilla. Adesso mangia un piatto di brodo, un po’ di carne e un bicchiere di vino. Devi farti forza
Più tardi, dopo aver cambiato le lenzuola del letto di Mariuccia e averle messe a bagno nella cenere, preparò il pranzo alle bambine che giocavano in cucina sedute per terra.
Giuseppe era andato nella vigna con Luigi a finire di potare.
– Domani torno, e ti porto le bugie. È l’ultimo giorno di Carnevale, oggi le faccio, disse salutandola.
Vicino al ruscello si tolse i vestiti che aveva messo nella casa della malata e li lavò nell’acqua gelida, poi li lasciò ad asciugare sui rami del rovo grande che cresceva vicino al torrente.
Li avrebbe rimessi l’indomani tornando.
Era preoccupata per la tosse che schiantava il petto magro della cugina. Doveva procurarsi del miele, delle foglie di tiglio per farle un infuso con il rosmarino e il timo. Doveva farle bere il latte caldo.
Giuseppe aveva già portato a casa Beppino. Mariuccia doveva riposare tranquilla, non avere ancora il pensiero dei bambini. Se l’indomani l’avesse trovata peggiorata avrebbe portato a casa sua anche Rosetta e Angelina. Erano ancora troppo piccole per aiutare la madre e per sopportare di vederla così.
Si lavò a lungo le mani sino ai gomiti e si sciacquò il viso. Appallottolò le calze spesse di lana e le mise nelle zoccole vecchie, poi nascose anch’esse sotto il cespuglio di rovi.
Lentamente tornò a casa.

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